MOTAGNA GIARDAMANTI

MOTAGNA GIARDAMANTI

6 marzo 2018

MONTAGNA GIARDAMANTI

La storia della mia famiglia è semplice. Papà, mamma, i miei fratelli: Giacomo, Pietro, Luca e la montagna.

Salire e scendere da Ponna non è semplice. Non lo era nemmeno 25 anni fa quando il mio papà è salito per la prima volta qui, su.
Non lo è stato nemmeno per mia nonna Delia quando, poco dopo aver dato alla luce la sua prima bellissima figlia, la mia mamma Marita, è salita fin quassù.

Tutte le settimane cerchiamo di salire a Ponna da Milano. Tutte le settimane il mio papà Vittorio ha bisogno di venire qui, su, per vedere se tutto è a posto, se lui è a posto.
Per capire se l’asino Neve e sua figlia Gloria stanno bene.

Io sono felice di salire a Ponna. Tutti siamo felici di salire, su. Qui c’è la nostra casa, i nonni vivi e i nonni del cimitero. Tutti i vivi di Ponna e le storie di Ponna. Qui c’è l’acqua della fontana dove sogno di mettere i pesci un giorno quando sarò sindaco.

Qui c’è Sandro il mio amico della montagna che sta su, là in alto lontano ormai, non mi aspetta mai, va sempre per primo.

Da luglio a Ponna la montagna è un unico tappeto di alberi, di valli fatto di boschi dolci prima e ripidi poi.
La montagna mi ha sempre ricordato i capelli della mia mamma, sempre mossi e sempre in movimento come la mia mamma, come la mia mamma e il mio papà.

Una montagna mamma è la mia, libera di silenzi e di natura isolata. Libera della città e del pieno che assorda. La mia è una montagna zitta: solitaria. Come silenziosi sono i ricordi della montagna. Ho chiare immagini, gusti e sapori, ma nessun suono. Il vento non suona in montagna, gli occhi vedono la terra cambiare colore e consistenza man mano che si sale ma le orecchie restano zitte nella mia mente. Il silenzio dei filosofi, la solitudine dei poeti, il silenzio e la solitudine degli orfani e degli amanti della montagna. La montagna non è un giardino, è un paesaggio. È il paesaggio che resta nella mia mente anche quando sono tornato a casa. Anche quando la vita mi si riempie, il paesaggio è come il peso del sasso.

Con Sandro, lo abbiamo sempre detto, c’è un modo solo per capire se siamo amici. Ogni anno saliamo la nostra montagna, ognuno con il proprio sasso in mano. È solo un gioco, ma è un rito come una procedura inventata da bambini per rinnovare la nostra amicizia. Preso il sasso in mano lo dobbiamo tenere fino in cima.

Una buona radice si sente grata quando il suo stelo cresce nell’aria e sale verso il cielo. Il buono stelo gioisce quando una parte di sé diventa foglia e bocciolo. Lo stelo sa che è lì per portare il peso e l’onere del fiore. Il bocciolo si apre e lo stelo fatica a sorreggerlo, la buona radice si affranca ancora di più nella terra per sostenere il peso del fiore. Ma una cattiva radice, quando il suo stelo ingrato cresce e grava su di lei maledice il peso dello stelo, odia la bellezza del fiore che la affatica costringendola nella terra.

Anche il sasso che stringo nelle mani mentre salgo ha il valore di quella radice che fatica a sorreggere lo stelo. La buona radice ed il bravo sasso. Il peso del sasso mio e del sasso di Sandro sono il valore della nostra amicizia. Il ricordo del peso del sasso stretto nella mia mano è il significato della nostra amicizia. È il significato di paesaggio. È lo stesso peso che mio papà mi ha insegnato ad amare quando si sale la montagna.

Si deve faticare per portare me e miei fratelli fino alla cima. Si deve faticare a tenere il sasso in mano per tutta la salita e si deve faticare per portare tutta la famiglia fino alla cima. Non si può fare altrimenti però. La fatica fa parte del paesaggio, è quell’azione silenziosa dell’uomo sulla natura che crea il paesaggio. Ed è questa fatica che rende gli amanti del giardino, i giardamanti, attori e protagonisti del giardino.

È l’azione del tempo che scorre e dell’uomo che sale al monte e che scende fino a piegarsi per annusare un fiore.
È la fatica del silenzio quella che riempie gli occhi e le menti di chi sale la montagna.
È l’azione faticosa dell’uomo giardiniere di assistere la natura fino a diventare paesaggio.
È la pazienza di mio padre di aspettare che i miei occhi siano maturi per vedere la montagna non solo come un grande sasso ma come il paesaggio che è.

La notte che siamo andati sul monte Tremezzo non c’era nessuno sul sentiero. Nessuno quando siamo arrivati e nessuno quando il papà ha montato la tenda. Ma la mattina dopo, dopo che abbiamo dormito stretti dal freddo e dall’umido della notte, la mattina dopo tutto intorno a noi, tutto intorno la nostra tenda le capre aspettavano con noi l’aurora e poi l’alba. Capre belle e magre e zitte. Silenziose come me e come il mio papà Vittorio.

Zitti a vedere l’aurora che rischiara la notte, zitti per vedere sorgere il sole. Fermi ad ascoltare il sole che sorge sulla montagna che resta zitta. La montagna, o forse tutte le montagne, aspettano che il sole sorga per lasciare vedere il loro paesaggio. Lasciano che l’uomo le guardi e le ami per permettere loro, per permettere a me di convertire quella fatica in paesaggio.
Per capire che il peso del mio sasso e la fatica del salire in montagna sono il paesaggio. Un paesaggio fatto di freddo della notte, della compagnia silenziosa delle capre e del silenzio di mio papà qui, su.

 

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